Guerra e Pharma: gli impatti del conflitto tra Russia e Ucraina sul settore farmaceutico italiano

Sono trascorsi ormai 4 mesi dall’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo, avvenuta lo scorso 24 febbraio. La speranza di una guerra lampo e di una rapida risoluzione del conflitto ha lasciato spazio allo spettro di una guerra di logoramento, con ripercussioni di lunga durata e su larga scala.

 

Già agli inizi di aprile, prima del delinearsi di una crisi economica internazionale, Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria, paventava pesanti impatti sul settore farmaceutico, con rischio carenze per il 60% delle aziende.

 

Nel Pharma, gli effetti della guerra sono andati a sommarsi alle difficoltà già riscontrate nel primo semestre 2021, legate dalla pandemia da Covid-19 e relative soprattutto alla catena di approvvigionamento, in particolare in Cina e India. Effetti non trascurabili ha poi avuto l’incidenza del rincaro relativo ai trasporti, determinata dal costo dei carburanti, che stanno raggiungendo picchi mai visti in tutta Europa. Pesano inoltre i rincari dell’energia, sia gas sia energia elettrica -con oltre il +150% sulle forniture-, di cui il settore fa ampio utilizzo per i propri processi, che il governo italiano è riuscito a calmierare solo in parte. L’aumento dell’energia è andato a incidere pesantemente soprattutto sulle medie-piccole imprese specializzate in prodotti low cost: a rischiare l’out of stock, più che i farmaci sono i materiali di confezionamento e imballaggio, fondamentali per numerose fasi dei processi, dallo stoccaggio alla logistica.

 

È inoltre a rischio l’approvvigionamento, da parte di imprese nazionali ed europee, di alcune materie prime, come il palladio o l’ammoniaca, che provengono proprio dalle regioni interessate dal conflitto. Da circa un decennio infatti, numerose Big Pharma europee e statunitensi hanno costruito impianti in Russia in seguito a programmi specifici avviati nel Paese. Nel caso di un aggravarsi dei rapporti diplomatici tra i paesi, altre opzioni di fornitura, anche a livello europeo, sarebbero contemplabili, ma a prezzi notevolmente più alti.

 

I rincari sopra elencati, dai trasporti all’energia fino alle materie prime, porteranno a una inevitabile quanto auspicabilmente transitoria “temporary surcharge” del prezzo al cliente finale, non per motivi speculativi, ma per far fronte alle spese.
L’ipotesi di un razionamento energetico, strumento proposto a livello governativo per fronteggiare le future carenze energetiche, implicherebbe inoltre la rinuncia alle produzioni non indispensabili, dando priorità ai principi attivi salvavita e restringendo quindi il ventaglio di opzioni che si potranno garantire ai clienti. Sul lungo termine questa soluzione arriverebbe però a generare carenze di farmaci.

 

Inoltre, se si considera infine che nel 2020-2021 l’Italia ha esportato prodotti farmaceutici per un valore di oltre 310 milioni di euro in media all’anno verso Russia e Ucraina, si può facilmente intuire il peso dell’export per l’intera filiera.

 

Alla luce dei dati e considerato il perdurare del conflitto, si possono ipotizzare pesanti ripercussioni sull’economia nazionale, di cui la farmaceutica rappresenta indubbiamente un pilastro importante. Secondo un’analisi di Netcomm, l’aumento dell’inflazione dovuto all’impennata dei costi energetici e quindi dei costi delle intere filiere, sarà seguito da una riduzione dei consumi, con conseguente effetto recessivo. I colpi di scena sui mercati, con l’uscita di scena della Russia e il parallelo rafforzarsi dei mezzi digitali per gli acquisti cross-border, daranno però impulso a nuovi scenari, tutti da esplorare. Gli inediti sbocchi potrebbero rivelarsi fondamentali per le imprese italiane, in cerca di compensazione alle gravi perdite subite.

 

Ma se per il Fashion, il Food e l’arredamento, settori già trainanti nell’export digitale di prodotti di consumo, la strada è già spianata, per il Pharma è una novità tutta da approfondire.


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