Riviviamo insieme l’evento Dafne 2025 “Intelligenze condivise: sfide e opportunità per l’ecosistema Healthcare”

Giovedì 16 ottobre, sul palco del suggestivo Auditorium di Monte Rosa 91 a Milano, si è tenuto l’evento annuale del Consorzio Dafne, la Community B2B no-profit di riferimento per tutti gli attori della filiera Healthcare, dal titolo “Intelligenze condivise: sfide e opportunità per l’ecosistema Healthcare”.

Quest’anno l’ormai tradizionale appuntamento, tanto atteso con entusiasmo e curiosità, ha rappresentato per l’ecosistema Healthcare un’importante occasione per esplorare il ruolo sempre più rilevante dell’intelligenza artificiale e delle molteplici forme di intelligenza umana nel settore, stimolando riflessioni su sfide, innovazioni e opportunità da cogliere.

La giornata si è aperta con una breve introduzione di Daniele Marazzi, Consigliere Delegato del Consorzio Dafne, che ha abbracciato l’ambiziosa mission del Consorzio di contribuire a realizzare un ecosistema Salute sempre più interconnesso, digitale e sostenibile, perseguendo su due grandi filoni: da un lato l’innovazione, tratto distintivo del Consorzio fin dalla sua pionieristica costituzione nel 1991 e, dall’altro, la cooperazione sinergica tra i diversi attori della filiera, forza motrice della #TheHealthcareCommunity. A seguire, gli interventi di cinque keynote speaker di assoluto rilievo, che hanno regalato stimoli e prospettive illuminanti:

  • Giulio Deangeli – Rircercatore, Neuroscienze Computazionali
  • Andrea Colamedici – Filosofo ed editore, co-fondatore Tlon
  • Maura Gancitano – Saggista e filosofa, co-fondatrice Tlon
  • Sergio Gaddi – Critico e storico dell’arte
  • Pasquale Gravina – Leadership & Training Advisor

Ad aprire l’evento è stato Giulio Deangeli. Con il suo talk “10 + 1 falsi miti sull’AI che costano tempo e denaro”, ha sovvertito alcune delle convinzioni più radicate sull’intelligenza artificiale, guidando la platea verso una piena comprensione della sua essenza. Il primo bias cognitivo affrontato dal ricercatore di neuroscienze computazionali è stato, infatti, la definizione stessa di intelligenza artificiale: “La verità è che AI è un concetto che non vuol dire nulla. Può essere utilizzato, in senso lato, per qualsiasi cosa di vagamente intelligente che una persona delega a una macchina, come può essere anche una semplice calcolatrice.

Deangeli ha poi proseguito sottolineando l’importanza di individuare i task in cui l’AI può affiancare efficacemente le persone, con la finalità di portarne alla luce i benefici tangibili, spesso offuscati dalla percezione di una tecnologia minacciosa: “Ai manager consiglio sempre di chiedere ai propri collaboratori che cosa li annoia, perché è eticamente doveroso liberarli da task ripetitivi e disumanizzanti a favore di quelli più creativi e umani. E questo approccio è anche a vantaggio dell’impresa, perché è proprio qui che c’è il massimo differenziale tra la performance della macchina – che non si annoia – e l’essere umano che, soprattutto quando si annoia, fa errori.” Un’effettiva rassicurazione sul fatto che non tutte le mansioni sono destinate a scomparire: a essere realmente a rischio sono soprattutto quelle ripetitive, la cui automatizzazione permette di liberare tempo e risorse per attività a maggiore valore creativo. Saper innovare significa pertanto saper coniugare le potenzialità della tecnologia e il talento umano con consapevolezza, responsabilità e buon senso.

I filosofi e co-fondatori di Tlon Andrea Colamedici e Maura Gancitano hanno offerto un’altra interessante prospettiva, quella filosofica, per interpretare i cambiamenti introdotti dall’AI e le paure che spesso ne derivano: “Oggi la filosofia è fondamentale per comprendere l’intelligenza artificiale. Anzitutto, perché ci dà degli strumenti millenari per accorgerci che dietro le intelligenze artificiali contemporanee ci sono ansie, paure, desideri, sogni che hanno tantissimi anni, grazie ai quali oggi possiamo affrontare, in maniera più lucida, consapevole e attenta le sfide della contemporaneità.”

Richiamando le tre grandi ferite narcisistiche individuate da Freud, Colamedici e Gancitano introducono il binomio antitetico cura e veleno il pharmakon greco – che ogni tecnologia porta inevitabilmente con sé, rappresentando al contempo un rimedio e una minaccia. I relatori parlano anche di una “quarta ferita narcisistica”: “le intelligenze artificiali generative hanno colpito nell’orgoglio l’essere umano – sottolineano Gangitano e Colamedici – perché ci hanno fatto capire come le macchine siano in grado di rifare, anche meglio di noi, attività che pensavamo fossero esclusivamente umane: la creatività, la creazione di immagini e testi”. Ma prosegue “non si tratta di uno strumento neutro, perché è stato progettato da qualcuno che vi ha immesso la propria umanità, i propri valori. Ed è proprio in questo dettaglio che può esserci la cura”. Un invito per l’essere umano a cogliere le opportunità di miglioramento derivanti dall’innovazione tecnologica a beneficio del benessere collettivo, riconoscendone al tempo stesso gli aspetti limitanti.

Un esempio concreto di come “i punti di rottura attraversano la storia dell’arte e sono utili per interpretare la realtà” è stato invece offerto da Sergio Gaddi, critico e storico dell’arte, che nel suo intervento “Innovazione e reti creative: quando l’arte cambia le regole”, compie un rapido excursus sui grandi artisti disruptive della storia, dalla rivoluzione di Giotto fino all’arte contemporanea.

L’evoluzione introdotta dall’AI sembra trovare, nel suo discorso, un riflesso naturale nella figura dell’artista, dotato di una straordinaria capacità medianica: quella di intuire il futuro e anticipare il reale. “L’artista è quella figura che precorre i tempi, anticipa la visione e riesce a rendere reale e tangibile ciò che oggi ancora non lo è”. Emblematiche, in proposito, le esperienze di Fontana che, con i suoi meravigliosi tagli, fa intendere che c’è un oltre al di là della tela, e di Magritte, che vede l’uovo e disegna l’uccello: due esempi eclatanti di artisti avanguardisti capaci di incarnare questa visione.

A richiamare l’attenzione del pubblico anche Pasquale Gravina, Leadership & Training Advisor, che ha aperto il suo intervento effettuando un’importante distinzione: “c’è grande differenza tra un gruppo e una squadra, non solo nello sport ma in qualsiasi contesto. Il gruppo normalmente è composto da persone che si scelgono spontaneamente sulla base di comuni affinità, cosa che non succede in azienda. Allo stesso tempo, a differenza del gruppo, una squadra ha un obiettivo comune e dei ruoli chiari. Affinché un gruppo diventi una squadra, serve una leadership che sappia gestire le persone, componendo le differenze e facendole coesistere, senza chiedere a nessuno di omologarsi e rinunciare alle proprie caratteristiche individuali”.

Valorizzare le unicità, armonizzare le diversità e guidare tutti verso una visione condivisa: è questa la chiave del messaggio che l’ex campione di pallavolo ha portato sul palco dell’Auditorium di Monte Rosa 91. Chi, come lui, ha sempre riposto piena fiducia nei propri compagni sa bene quanto la metafora di Rudyard Kipling tratta dal “Libro della Giungla” sintetizzi perfettamente l’essenza più autentica di una squadra: “la forza del branco è il lupo, ma la forza di ogni singolo lupo è il branco”.

A chiudere il sipario dell’evento annuale, Daniele Marazzi, Consigliere Delegato del Consorzio Dafne, ha messo in luce, in un breve ma incisivo speech, i quattro pillars emersi durante la giornata, tracciando con chiarezza la direzione verso cui orientare l’impegno futuro del Consorzio: il coraggio di innovare, perché solo sfidando le regole consolidate ciò che oggi appare nuovo può diventare parte naturale del domani; il valore della diversità, che richiede impegno nella gestione dell’eterogeneità, ma che, quando ben orchestrata, porta grandissimo valore aggiunto; la forza dell’unione, evocata nella metafora di Pasquale Gravina, che rappresenta il cuore pulsante della #TheHealthcareCommunity e, infine, la responsabilità derivante dalla consapevolezza, perché l’impatto delle nuove tecnologie dipende dal loro utilizzo e dal rapporto che si instaura con esse.


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